Una storia vera

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Rubrica – Non sono Penelope (ma neanche poi così male)

 

Mi chiedo sempre cosa sia quel senso di inquietudine che mi attraversa il corpo.

Qualcosa che mi viene a disturbare il sonno, ad imbrunirmi lo sguardo , nuvola estiva che rovina il quadro eppure ne fa parte, perché il cielo è il suo posto.

È faticoso conoscersi a fondo.

Richiede il dolore di scarnificare la menzogna e sbucciare spicchi di verità che colano desideri reconditi, coscienza appiccicosa e noi ci puliamo il muso con il dorso della mano.

Lo spicchio si gira a mezza luna e diventa sorriso.

Siamo bravi a raccontarci una storia.

Giullari di corte che cantano storielle per divertire, ma finiscono per annoiare, cenno di dita. Lo spettacolo è finito.

Ma quante facce ha la verità?

Forse tante, forse una.

Forse siamo noi che vediamo quello che vogliamo vedere, perché la verità è un cielo troppo grande per due occhi soltanto.

Buttiamo l’occhio di striscio, per guardare giusto una striscia di cielo, farne strada.

Per alcuni autostrada di notte, disperdendo cenere di vita accettata dal finestrino, fra tiri e sospiri.

La sopravvivenza emotiva contempla la verità quanto la menzogna, in un gioco di equilibri, andate e ritorni.

È scomoda la verità, persino per se stessi.

Richiede accettazione dell’imperfezione, della fragilità, degli sbagli, del senso di nullità che ci appartiene quanto la vita.

Ho sempre pensato che la verità  abbia a che fare con la coscienza, con il giudizio temuto.

Poi mi sono guardata dentro e ho sentito il richiamo del vero.

È istinto.

Ruggito di vita.

Ho aperto il rubinetto.

Ho pianto lacrime di vita vissuta, caduta nei tombini di una città che non c’è più, sogni smarriti.

La verità , in fondo,  è menzogna liquefatta.

Pozza di acqua piovana e noi randagi inciampati per caso nel riflesso del vero, beviamo per sopravvivere.

Di frugare nel buio non ne possiamo più.

Mentiamo sempre, perché abbandonarsi all’istinto di parlare senza filtri richiederebbe accettare l’ideale assoluto di una comprensione che di umano ha ben poco.

Razionalizziamo, giustifichiamo, ci difendiamo.

Non siamo certo dei.

Ma io ho paura di perdere me stessa, perché quello che non diciamo agli altri diventa vuoto anche dentro di noi.

Non si può mentire senza smarrire atomi di autenticità in un corpo che non sa più dove collocarli, perché ovunque faranno male.

Verità e bugia sono due facce della stessa medaglia.

Contemplano  la stessa autenticità, si confondono.

Sono tenda che filtra luce e ombra e noi, involucri di coscienza ad intrappolare istinti, sentiamo a un certo punto se è il momento di schiudere il vero o covare l’inganno.

Doloroso, in ogni caso.

Perché siamo carne viva che sente anche se non dice, cervello che sceglie di tacere per proteggere, talvolta.

E allora la bugia diventa buona, la verità complice del cattivo gioco.

Il fatto è che aneliamo l’autenticità, quella pura, quella incantata, ma il bosco è pieno di pericoli.

Ci vuole coraggio per attraversare la natura selvaggia e ferirsi, per poi mostrarsi nudi in mezzo alla civiltà.

Ho provato ad avere una storia perfetta, è finita.

Ci siamo raccontati le nostre verità, dopo che la verità nostra era stata promossa a menzogna, la ritirata con qualche medaglia e benedizione.

Nuove consapevolezze, vuoto, assuefazione.

Alla fine ho tirato fuori tutto quanto.

Ancora sanguino, ma lascio che le ferite brucino, come la verità.

Sto soltanto raccontando una storia.

Non so ancora se sia una storia giusta o giusto una storia.

So per certo che è una storia vera.

 

Aurora Ariano

 

 

 

3 risposte a "Una storia vera"

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