Paure

Io e il Professore eravamo sempre andati d’accordo. Il nostro era la tipologia di rapporto che statisticamente si direbbe più duraturo, ovvero quello in cui entrambe le parti concordano un fine comune, senza darsi troppo fastidio. Molti matrimoni funzionano con questo tacito consenso, così anche se non è amore non si vede. Ci vedevamo una volta ogni due mesi, facevamo quello che si doveva fare e poi ognuno tornava alla propria vita. Così niente ansia, niente problemi. Era vecchio, il Professore, ma dal sorriso sotto ai baffi e il luccichio nei occhi, si capiva che sapeva bene il fatto suo. Uno così, con una Montblanc per scettro e una barca per sfondo, ti dava l’idea di sapere tutto quello che c’è da sapere nella vita. Per esempio, sapeva con esattezza quali erano le situazioni che richiedevano la sua presenza, e in tal senso si potevano considerare certamente tanto importanti quanto imprescindibili sia i casi disperati sia le occasioni pubbliche. Come i parti indirizzati, ogni primo dell’anno. Anche il Professore, però, aveva le sue paure. Una volta mi aveva confessato che la figura del barbiere lo inquietava particolarmente: avrebbe potuto impazzire e tagliargli la gola in qualsiasi momento. La trovai una fantasia piuttosto bizzarra, ma, forse – pensai fra me e me – ‘ è una di quelle persone che odia perdere il controllo’. Come tutti, d’altronde. Anche Glauco non sopportava l’idea che la sua vita, da quel momento, sarebbe cambiata per sempre. E anche se tutto attorno a noi continuava a scorrere inesorabilmente, anche se noi stavamo cambiando insieme alla vita che mi cresceva dentro, nei suoi occhi azzurri acquosi si perdevano fantasie e paure profonde. Avrei voluto dirgli tante cose, ma il più delle volte restavo in silenzio a scrutare in quel lago limaccioso delle sue emozioni più intime. Anche quella volta restai a guardarlo, con il viso affondato nel cuscino troppo morbido. Anche quella volta mi chiesi chi fosse. Com’era il suo viso prima di conoscermi? Mi ricordai di quella sera bellissima in cui eravamo stati a cena insieme. Della bottiglia sudata nel secchiello del ghiaccio, dei nostri discorsi senza senso e senza tempo. Mi ricordai, in particolare, di quando Glauco si era alzato dalla panca di legno della veranda del bistrot e aveva poggiato il portafogli e la carta d’intentitá old style sul tavolo. Proprio di fronte a me. Un lembo della plastica che la avvolgeva era ripiegato su se stesso, e proprio lì le mie dita si infilarono e toccarono la paura dell’estraneo. Chi era l’uomo della foto e che c’entrava con la mia vita fino ad allora? Era lo stesso che mi stava parlando? Forse, sapere che la vita è tanto vera quanto inafferrabile, è una verità che non vogliamo accettare. Sarebbe meglio morire pensando che il nostro primo amore ci abbia amato davvero e che noi abbiamo amato ancora. Quanto tempo sprechiamo a contemplare la paura, che la vita vera diventa il residuo fisso che ci resta ai bordi degli occhi. Era quasi Natale e non mi venne in mente, in quell’istante, nessun altro regalo da chiedergli, se non quello di aggrapparmi insieme alle rughe. D’essere anch’io il suo tempo. Questa volta a farmi paura non era un vecchio, ma un bambino. La sua ultima foto mi aveva mostrato un esserino piccolo rispetto alla mia vita intera. ‘Un castone’, aveva detto il Professore. Sarebbe diventato grande, anche lui. E non ero così certa che la mia vita sarebbe stata tutta lì, fissa, in quell’incavo. Ero sicura, invece, che non sarei stata, adesso, il ruolo edulcorato della donna che ero. Quello che non sapevo è che una mamma, al pari di una gemma preziosa, è resistente al tempo e altrettanto difficile da scalfire.

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