Il blogging fra piattaforme e smartworking

Evitare affollamenti è la prima regola del Coronavirus.

La prendo in prestito come regola di vita.

Pare di ricordare il senso di panico che mi ha indotto per anni a non usare social contro ogni curiosità, con una scelta asincrona e paradossale rispetto al mio umano bisogno di comunicare.

A meno di due anni dalla mia attività di blogging tiro le mie – personalissime – considerazioni circa l’uso di un blog.

Perché aprire un blog?

Questa è la domanda delle domande.

Rispondo con un’altra.

Avete mai fatto un passo senza sapere dove andare?

Forse si, ma siete sempre stati spinti da un’esigenza, fosse pure quella di cambiare aria e di parlare al vento, di parlare a voi.

È quello che ho fatto, io che non sapevo più chi ero e volevo ritrovarmi: ho costruito il mio posizionamento, il mio brand.

Questo comporta anche il rischio di scoprirsi diversi e non tacciarsi di tradimento, perché uscire di casa può portarci in luoghi altri, lingua di spiaggia che si palesa davanti a noi.

Scriviamo per scrivere, come viviamo per vivere.

Questo è in principio, ma non è il principio di tutti.

L’urban jungle degli scimmiottatori seriali è piena di parole.

Chi dice questo, chi dice un’altra cosa, ma è sempre la stessa.

Tutti hanno un blog perché tutti ce l’hanno e parecchi neanche sanno che dire.

L’importante non è trovarsi – dicono – è farsi trovare.

Simone Cosimi lo sa bene quello che la gente è disposta a fare, per cosa poi? Per un nonnulla, Per un pugno di Like.

La maggior parte dei blogger non bada ai contenuti, non ha un target, non dà una direzionalità alla parola e neanche un dinamismo letterario che possa spiegare la continuità di un’attività – lo smartworking – che non muore nell’esercizio sterile della piattaforma.

Il piano editoriale e il calendario editoriale sono alleati del tempo e della buona produttività.

Ma questo lo sanno anche le casalinghe, che dividono i giorni e le ore con stupore di chi continua a dire “ma come fa a far tutto?”.

Ci tengo a dire che fare smartworking non significa necessariamente percepire uno stipendio: faccio smartworking da quasi due anni e a titolo gratuito (sebbene sia in grado di calcolare costi e guadagni).

Ci tengo anche a dire che lo smartworking è un lavoro.

Che “stare a casa” e produrre, come fanno le casalinghe, è un lavoro.

Entrambi dovrebbero e devono avere il corrispettivo riconoscimento, perché l’indipendenza – specie per le donne – contempla l’essere economicamente autosufficienti.

E questo non ha niente a che vedere con il primo appuntamento e la galanteria di chi mi paga il conto mentre sono al bagno, sapendo che sono in grado di comprarmi un bottiglia e farmi un calice – alla sera – da sola con me.

Ero partita da me, ma per strada ho trovato lo smarrimento, l’alienazione della gente, confusione sul femminismo, sugli influencer.

Così ho continuato a parlare per gli altri.

Ho continuato a scrivere. A scrivere per informare.

D’altra parte è quello che ho sempre fatto, scrivere di ogni cosa senza staccarmi da me.

Qualcuno la chiama empatia e dice che sia una buona skill.

Riguardo alla tecnica, l’altro giorno guardavo Camilleri – appena prima che iniziasse la puntata di Montalbano – e mi sono ritrovata nella stessa intransigenza dello scrittore che perdona la trasposizione.

Io e la mia austera abitudine a parlarmi in testa abbiamo esposto il fianco al mondo, come fanno gli innamorati quando dormono accanto.

Non si dicono nulla, ma in fondo hanno già detto tutto.

I silenzi sono parole timide, che aspettano un’occasione di teatralità.

In questa ambivalenza il lettore si riconosce in ciò che non ha detto e segue.

Forse, si trattiene, con la stessa avidità di chi odora il pane caldo lavorato dalle mani di altri e non si sente ingannato.

Cosa ci torna indietro?

Il sapore autentico di qualcosa che nasce e possiamo sentire tutti.

Una regola fondamentale nei blog, come nelle case, è seguirsi prima di seguire: piante verdi sullo sfondo di pareti asettiche, comunichiamo personalità.

Questo è il mio stile, che non segue sempre la tecnica.

Per esempio, Twitter mi ha insegnato il valore della sintesi, del senso scardinato dalle parole, che non è quello del blog.

Non è quello che metto in questo posto, dove more is more, less is bore.

Almeno così direbbe Mrs Apfel.

Ma il blog oggi è il centro nevralgico di una rete di social che sono specchi di ogni forma di espressione.

Lo spiega Rudy Bandiera, lui che un blog l’ha aperto quando urban jungle era una distesa verde e ancora si camminava senza troppa tecnologia.

Oggi è importante saper usare i social, con consapevolezza intendo.

E io torno alla mia origine, alla mia urgenza ( la stessa che metto dentro alle parole che non trovano pause nella rilettura), quella di sentirmi.

Ogni cosa ha un tempo per il suo tempo.

È bene starci dentro, studiare il tempo, per trovare la chiave delle persone e del cambiamento, mentre i motori di ricerca rintracciano le keywords.

Aurora Ariano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...