I miti e gli amori maledetti

Mi hanno detto che esiste un posto sconosciuto, che tutti vogliono vedere.
Dicono sia per il film.
Ma io penso che quella fabbrica di caramelle sia stata un luogo migliore.
Chissà se qualcuno in quel posto non ne abbia mai mangiate e se la felicità non profumi di anice.

Ho pensato di fare un viaggio per portare l’amore fuori porta, ma non troppo lontano.

Per vedere se è vero che basta un posto bianco, una spiaggia e se il rosa funzioni per il tramonto o per le bollicine.

Della spiaggia sento già il senso di pace e una solitudine che non si sente sola.

Avrei fatto qualunque cosa per una felicità selvaggia, sregolata, giovane.

Invece a trent’anni vuoi solo che la vita si sieda a parlarti d’amore.

Non sei più disposto a cercarlo altrove: l’amore è a fianco.

Sulla sedia in ferro battuto dove prima si è seduta una donna e poi si è alzata per gli sguardi indiscreti.

Invece di camminare libera, mangiare un dolce per strada e pulirsi il muso con il dorso della mano.

Portare i tacchi e sentirsi a casa.

Chissà se quella donna aveva pianto l’amore o solo una vita infame.

Tutto intorno in questa visione ha un aspetto bello e malinconico, come la donna al bar e il suo dolore.

Come il suo giovane sogno infranto.

Le promesse sono aliti di vento che incappano una forma, un lenzuolo e la vita si gonfia.

Nessuno sa che il lavoro sta dietro a tutto quel bianco, dietro alla leggerezza, nelle mani di chi ha lavato i giorni senza lavarsene.

Forme strane inseguono questo sogno: disegni astratti che non fanno male agli occhi, bianco e blu.

Ora che mi trovo giù al porto mi tolgo le scarpe e cammino sul muretto per stare in coda alle barche ad aspettare la felicità.

E mentre loro restano ferme a guardare il tramonto mentire col giorno, io me ne vado a comprare un paio di scarpe nuove.

Ho un vestito gonfio di tulle, ma non è vento: è l’amore reinterpretato al mondo, la donna che va incontro alla pace.

Nessuno conosce la felicità come una donna: questa passa in mezzo alla gambe e trafigge il ventre, sale fino al cervello ed esce dagli occhi.

È un figlio venuto al mondo, è la sofferenza che non si vergogna, assume nuove forme e fa bella la vita.

È quella lacrima di rugiada che ha un odore strano e non sai se è femmina o è fantasia.

Questa bellezza creata è la fabbrica abbandonata, la donna scappata dalle caramelle di uno sconosciuto, il film muto di questa vita che cerca odori e fiori.

L’umanità e la sua imperfezione.

Mi sono sempre chiesta – guardando le foto di una volta – dove finisca tutto il colore perso e perché poi tutti continuiamo ad ammirarle.

Filtri in bianco e nero, ancora oggi, vendiamo ai social la fantasia.

Se dovessi cercare la pace e l’amore nello stesso posto andrei proprio nel sud della Francia.

Non tanto per i campi di lavanda o i miti di Saint Tropez: forse per vedere se tira ancora aria autentica in certi luoghi, se Gien e è un paradiso abbastanza vicino.

E poi per sentirmi vanesia e degna dei miti dapprima maledetti, di certe storiche istituzioni: di Rondini, delle torte che sanno di fama e della vita che aspetta la notte per chiamare la solitudine e implorare pace.

Perché nessuno crede e perché tutti crediamo ancora?

Voglio sposare questo dubbio, l’amore che ancora sa sorprendermi senza prometterti niente.

Prendiamo questo niente e costruiamo la vita insieme.

Sposiamoci i dubbi e le vite e non importa se davanti all’altare sarà Dio, un uomo, una donna o perfino un animale.

L’importante è la sua dignità e quella dell’Amore.

Aurora Ariano

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