Se l’amore è sui social, io aspetto a Parigi

Vorrei svegliarmi a Parigi a settembre.

Quando l’aria è copiosa e il cielo di un grigio plumbeo.

Quando la gente attraversa la strada distratta e i turisti sono pochi per stravolgere la normalità di una scena che non è acchittata a festa.

È una donna di primo mattino, è la pioggia fina, è l’immagine poco romantica che solo i romantici sanno apprezzare.

Ho chiesto a qualche amica che cos’è l’amore.

Se non è il sole tropicale dell’estate, che puntualmente stiamo ad aspettare, tristi.

Dicono ci sia troppa concorrenza, che sui social ognuno posti il meglio e mi chiedo se il meglio sia un vestito azzeccato o il profilo migliore.

Se davvero ci meritiamo un’occhiata, un complimento rubato, se ancora esiste uno sguardo che segue.

Come sono finita a parlare di personal branding?

Pensieri tirati come una coda stretta, scodinzolavano senza che li vedessi ed erano belli così.

Mi sono chiesta perché il modello imperante fosse così prepotente, perché lui mi disse che ero aggressiva, mentre io mi sentivo a pezzi.

Abbiamo davvero bisogno di un’immagine forte?

Gli uomini ancora picchiano le donne, qualche volte le uccidono, neanche più fa notizia.

Tutti parlano delle donne forti, del femminismo che ha preso coraggio e nessuno lo annovera fra le qualità.

Non è un complimento.

Non è una soft skill.

Il femminismo è solo una parola, forse una parola che non basta a se stessa, perché non dice niente mentre dice tutto.

Il femminismo è la consapevolezza di quest’aria che respiro, che incespica nella fine strusciata dell’estate, del vento fragile che non gira le foglie, eppure è settembre già.

È una donna che ha cambiato strada e vita, parole nuove la attendono sulla panchina vuota e un lampione tenue promette dolcezza al buio.

Ci sono due tipi di donne felici: io sono quella che si struscia distrattamente alla vita, forza silenziosa.

Quella che non ha paura del nero, forse gatta, forse spera.

Finché le donne porteranno negli occhi la fine, il sole non tornerà.

E io sarò su quella panchina, a guardare le donne coi veli passare per strada a girarsi vicino alle vetrine fingendo che vada bene così.

È impopolare non ammiccare , non fare una faccia da social, ma, degli sguardi postati, cosa resta alla gente?

Ancora donne massacrate legalmente, mode confuse, uomini persi.

Cosa vogliamo trasmettere?

A volte immagino un tavolo con due persone sole e luci più luminose di quel lampione, ma la strada desolata ha rubato il romanticismo ai giovani.

Vorrei svegliarmi una mattina a Parigi e pensare che è tutto bello come un sabato, come un vestito nuovo, come amore nato.

Ma i sogni deformi, deformati dalla vita, mi hanno insegnato che la diversità è un mondo che si palesa davanti agli occhi.

Mamma, insegnami ad amare in modo grande.

Insegnami a non stancarmi mai.

Fosse pure per sempre settembre, potrei ridere sotto la pioggia e dire a te, amore mio vecchio, ancora un altro sì.

Sposa questo sogno, sposami, guarda Parigi con me.

Sposami senza chiedermi nulla, toglimi il velo e ogni velo, baciami e dammi una notte che il nero non mi spaventi più.

Il nuovo stile chiede la presenza.

Di nuovo tempo.

Sentimento.

Potrei indossare un vestito buono e restare a casa a leggere.

In fondo è la nostra occasione.

Restare svegli di notte ha i suoi privilegi: senti questo tuono e tutta la pioggia che viene giù come se avesse fretta di ripulire le strade, per regalare al giorno aria fresca.

Se solo la gente sapesse quanto è costato alla notte il nostro respiro, capirebbe l’amore.

L’amore è l’autunno che ha bisogno di cura e di un tempo tutto suo perché possa dirsi buono.

Il mondo cambia come nuvola in cielo e io resto seduta avvolta dal mio cappotto, mentre sento il romanticismo nell’aria, un’odore costante, l’odore di te.

Penso alla speranza come a una malinconia buona, come la pioggia di adesso, preludio a un Natale non troppo lontano e a un’estate non troppo passata.

È un accordo.

È Jeff Buckley e la sua Hallelujiah.

Aurora Ariano

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