Un vestito d’estate

Certe volte vuoi solo colore dentro, addosso, ovunque ci sia un richiamo d’estate.

Mi sentivo esattamente così – tela pronta da imbrattare – mentre con la valigia aperta osservavo il guardaroba uscito fuori dai cardini, anch’esso, e mi apprestavo a decidere quale colore buttare dentro.

Perfino i pensieri più scuri erano ora diventati una sfumatura di colore simile a un marrone marezzato e non sembravano andati a male, ora sembravano pelle abbronzata.

Mi avevano detto che Mykonos era “un posto adatto ai giovani” e continuavo a chiedermi, mentre scorrevo un articolo che elencava i posti più belli della Grecia, cosa si dicesse adatto a un giovane.

Se chiudevo gli occhi vedevo solo il mare pezzato come un prato visto dall’alto e i pesci correre intorno a un pezzo di pane raffermo, per poi scomparire da dove erano arrivati o in un posto altrettanto lontano.

Quando ho trovato un volo diretto per Corfù, da Napoli, non sapevo se poteva dirsi adatta a un giovane: ho cercato un angolo, un posto estraneo all’isola, dove confondermi in modo familiare, come se io, il mare e il tempo potessimo chiuderci per un attimo in un abbraccio indistinto.

Un posto dove tenere i pensieri al caldo e il corpo al fresco, un punto nevralgico dove il brivido e il sudore si mischiassero nel vento, proprio come se stesse per arrivare la stagione dell’amore.

Sono arrivata a Nisaki di sera e, mentre cercavo la strada o δρόμος (così ho sentito si usa dire) per raggiungere l’appartamento, ho guardato il paesaggio estraneo e mi sono sentita già a casa.

Tirava aria buona, veniva dal mare e anche se non lo vedevo ancora, sapevo che da qualche parte c’era.

Deve essere così che le persone care restano dentro, anche se non le vediamo più.

I vecchi sanno sempre un sacco di cose : mio nonno, per esempio, mi diceva sempre di puntare un dito al cielo come se potessi acchiappare una stella.

Da allora penso che le cose lontane non sono poi così lontane, se le pensi vicine.

Dentro a quell’aria libera, greca, ho capito che le deformità della vita sono solo movimenti ondulatori, duna di sabbia incavata di dita, mucchietti di fragilità esposte di schiena, non sempre rassodate bene.

I promontori di roccia fanno da sfondo al mare: sembrano cartapesta ricoperta di muschio e se non fosse estate, aspetterei la notte per vederci le stelle e sporgerei la vista, per vedere il punto esatto dove converge la fontanella del Presepe.

La gente di mare veste di una semplicità a tratti eccentrica e raccoglie i capelli in fasce annodate sulla nuca, come se tutti i pensieri per un periodo potessero restare su, a fare la sentinella alle sirene.

Ci vedo qualcosa di liberatorio in questo stile, che non butta niente, sistema solo il vecchio al nuovo, seguendo le stagioni della moda e del cuore.

Vedo i ragazzi tenersi per mano e baciarsi senza guardare a terra.

Nessuno si preoccupa di inciampare nel giudizio dell’altro, salvo tornare a casa, chiudere le porte alla passione e le finestre alla dirimpettaia, che intrattiene la noia per dieci minuti, otto, se la pasta è al dente, come ardente la curiosità che non aspetta.

Deve esserci qualcosa di magico nell’estate che cambia le ore senza cambiare il tempo.

Mi chiedo se la felicità non sia un sole che duri tutto l’anno.

All’ingresso del Monastero di Palaiokastritsa ( parecchi chilometri più in là di Nisaki), una vecchia seduta su una sedia – come fosse il suo posto da cent’anni – mi ha teso una gonna lunga e un panno per coprire le spalle.

Ho fatto le scale fino alla Cappella, dove ho acceso una candela.

Poi ho dato il silenzio al mare.

Volevo solo un vestito d’estate, non sapevo che a volte sarei stata nuda o in bikini, a volte vestita fino a sopra alla vita.

Come quel costume al mare, vintage, ma vestiva le emozioni di quel momento, in cui il vecchio se ne era andato e mi copriva il freddo.

Lui sapeva che i pensieri venivano dalla pancia e non dalla testa, lui l’avrebbe detto :

< Li cosi du munnu l’ha taliari cu l’occhi, l’ammucciari ‘nta panza e l’ ha cuntari cu core ; chiustu è lu scriviri, masinnò su parole >.

Lo sento questo odore, questa sensazione.

Sembrano fiori di loto.

I miei capelli profumano di un profumo che si fa più intenso, mentre li districo ancora bagnati, uscita dall’acqua.

Perfino la signora a un ombrellone da me sembra annusarne l’odore pregnante.

E io mi accerto che siano abbastanza lucidi, come i ciottoli sotto ai miei piedi.

Caldi, lisci, buoni.

L’estate trasforma perfino il sudore della lettura in perle di cristallo liquido, che neanche vedi, come una signora abituata a indossare gioielli.

O come una ragazzina che fa filone a scuola e prende il primo treno, per ritrovarsi a leggere su una spiaggia deserta.

Deve essere la stessa leggerezza della brezza marina e della luce filtrata del sole, mentre adagio il corpo alla lettura e immagino alberi di anacardio ai bordi di un giardino nigeriano.

La storia che leggo parla di rinascita, di donne che assaporano la libertà di sentirsi se stesse , come un ibisco di colore diverso, come un ibisco viola piantato dalle mani proprie.

Camminavo sul porticciolo mentre mi chiedevo come sarebbe stato vivere con l’odore di pescato e sentire il lino dei pantaloni – gonfi di vento – sfregarmi appena le gambe.

Se quell’aria sciolta sarebbe durata un anno intero.

Vado via di primo mattino – dopo una settimana troppo breve – quando il silenzio assordante tiene ancora dentro il vociare schiassante degli “Opa!” dei brindisi corali della sera prima, provenienti dalla locanda vicina.

Tutto quello che ho scritto lo sanno le cicale.

E io me ne vado sentendo ancora il loro vociare fitto fitto, appena al di là della finestra aperta, che mi faceva pensare che da qualche parte ci fosse una festa che non mi teneva fuori, anche se camminavo sola.

Aurora Ariano

2 risposte a "Un vestito d’estate"

  1. “Nessuno si preoccupa di inciampare nel giudizio dell’altro, salvo tornare a casa, chiudere le porte alla passione e le finestre alla dirimpettaia, che intrattiene la noia per dieci minuti, otto, se la pasta è al dente, come ardente la curiosità che non aspetta.“ Quanta bellezza in queste righe. Complimenti Miss.

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