Resta normale

Vorrei tornasse l’italianita’.

Il femminismo e il femminile.

I valori e i vestiti di una volta, ma più freschi, più consapevoli del mondo intorno.

Una femmina di trent’anni che resta dentro a questa consapevolezza.

Che sa cosa ha vissuto, ma guarda avanti, fiera.

Vorrei, anzi voglio, perché tutto parte da un’affermazione, che non è sempre convinzione.

La maggior parte della vita passa mentre siamo distratti, ma resta là e non si decompone, è una carta sulla spiaggia e la gente ci mette i piedi sopra.

Neanche più fa specie vedere quanto sporco ci sia in giro, solo la bellezza può ancora stupire.

La verità è che ci difendiamo dalla tristezza con il voltafaccia, spiccioli di eternità perduti sotto le metropolitane, mentre la vita suona dietro al caos.

Solo una femmina sa ancora attirare gli sguardi dei passanti, è la bellezza che ride o resta in silenzio, così torna l’imbarazzo.

Quanti tramonti ho visto nella vita e quante cose ho visto tramontare, ma non sono stanca di guardare.

Non sono stanca di qualcosa che mi buchi gli occhi, oltre il verde ho tanta speranza.

Non importa se questa sia illusione, le storie contano solo per come ci fanno sentire.

Questa è la bellezza che resta, lo sbavo del rossetto dove passi la mano e senti la pelle secca.

Da lontano le cose sembrano diverse.

A volte perfette.

Ho capito una cosa: la perfezione è la miopia di vita che ha aggiustato il tiro, ora vede che non tutto è perfetto, ma tutto ha una sua definizione, dimmi se non è la vera perfezione.

Basta un attimo per tornare chi eravamo, arginare noi per un orgoglio che si pavoneggi, che si metta in mostra.

Eppure non vedo bellezza.

Resta l’amarezza.

Mezza brezza.

Nell’altra metà di me, fa freddo.

Aspetto che il noi torni e mi scaldi.

La vera bellezza è questa intimità.

La sento, ora.

Ora che so viaggiare senza più scappare, per cercare un posto nel mondo che non sia casa mia, la mia pelle squamata che mostra macchie, isole dove lasciare paure esotiche che ogni tanto torno a trovare.

Col piccolo paese dove vivo sono perfino riuscita a trovare un’affezione, un legame viscerale che non mi so spiegare, ma sento sempre.

L’ho apprezzato come si apprezza un padre in vecchiaia o una vita sul finire, perché ho capito che il mondo fuori è quello nella testa.

Nessun posto, neanche il più lontano, è così liberatorio.

La novità è sempre aria fresca sulla faccia, posto tutto da scoprire, ma dopo un po’ so già dove andare.

L’abitudine è il capro espiatorio degli amanti infelici, la scusa buona per non fare l’amore.

Invece io resto sveglia e mi godo questa notte, spartiacque fra chi sono e chi ero, appena un attimo fa.

Poesia della vita che cambia, la notte, mentre i giorni sembrano tutti uguali.

Come facciamo a stare dietro a questo cambiamento senza perderci in mezzo alla città?

Dove andiamo?

E, soprattutto, dove vogliamo andare?

Questa smania di dimostrare di essere qualcosa in questo mondo, non combacia con le opportunità.

Con quello che incontro per la strada, con il locale trendy dove entro e resto in un angolo, fino a che uno sconosciuto mi prende e mi invita a ballare.

È stata una notte incredibile, la nostra.

Mentre torno a casa, sento un silenzio assordante e i miei passi sembrano indicarmi una direzione.

Non so dove sto andando, dev’essere un posto felice, forse un lembo di spiaggia nuova o il lido di quando ero bambina.

Il niente ha l’odore di pioggia e io l’aria di una che non vuole più coprirsi.

All’angolo del vicolo sento le voci stridule dei gatti che si accoppiano nel buio, sembra quasi che l’amore venga dal nulla a farci sognare una vita in due.

” Guardati – mi hai detto – sei bella da imbarazzo”.

Invece non è così.

Io non sono una bella donna.

Se mi vedessi bella, finirei di inseguire la bellezza e mi scorderei dei miei difetti.

Per strada guardo la bellezza passare in ogni cosa e mi riempio gli occhi.

Non sono una bella donna.

Sono una donna che guarda la bellezza.

Come quando mi raccontasti la tua vita, cacciavi rugiada dagli occhi, oppure il pianto era poesia.

Come le sere d’estate, quando i vestiti scendono scale e dentro a un pugno si aggrappano sete e sogni.

Come le emozioni che tornano, i tramonti, i sogni che non sono più bambini.

Così la scorza dura del mio frutto acerbo è tornata in vacanza, sull’isola tropicale della paura che non c’è, ho visto un amore reale.

È tornato l’imbarazzo.

Quello dolce, quello che nutro mentre sei di profilo e ti fisso come non fossi mio, solo un dirimpettaio di bell’aspetto, che fuma dalla finestra, mentre mi innamoro in segreto.

Mi hai guardato quella sera, al nostro non appuntamento di una giornata come tante, normale, che fu la più speciale.

Vestita di una fragilità di carta, ti mostrai che gli scarti calzano meglio degli amori di plastica.

E adesso che non ho più un appuntamento, ma ho te, vorrei un completo azzurro.

Giusto per portare un po’ di cielo addosso, una speranza, in una giornata uggiosa.

È una speranza sottile, l’amore, ma vale una vita piena.

Certo, vorrei una casa al mare, una casa con le vetrate, dove guardare il mondo e i gatti strusciarsi il lusso dell’amore in mezzo alla normalità.

E allora dammi questo sogno.

Fai una follia per me: resta normale.

Sarei folle anch’io, ma sono innamorata già.

Non è il delirio normale – questo che vedi – è una normalità delirante, è la mia felicità.

Aurora Ariano

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