La mia pelle è di tendenza

È successo che ho imparato a sentirmi.

Il carattere, di solito, viene fuori perché è la natura nostra e neanche ci facciamo caso, finché qualcuno non punta il dito per notarci o criticarci. Semplicemente così siamo.

Quando dico che ho imparato a sentirmi, mi riferisco a un processo più profondo, un lavorío che tenta di cucirmi addosso un’immagine, perché la mia pelle possa traspirare quello che sento dentro.

Quello che sono, quello che voglio essere.

Umori che cambiano e che mi porto appresso, oppure la briosità di chi non può fare a meno di vedere tutto a colori.

Non ho mai visto mia sorella con un vestito aderente, sebbene sia sempre stata esile, è più simile a un valzer la sua melodia, i vestiti calzano morbidezza, passo cadenzato, molta dolcezza.

Per quanto mi riguarda ho sempre vissuto di contrasti e dentro c’ho saputo trovare la mia armonia.

Parlo di forme, di tessuti, linee spigolose e morbide, silenzi e parole, forza e fragilità, perciò non so più se sono figlia del mondo o di paese, a essere ibridi si finisce per diventare di tendenza.

Come una lampada antica in un loft, qualcosa che sta lì a smentire tutto il resto o a dargli un’anima, la perfezione è delle case che non hanno un vissuto, le vite non si catalogano, si vivono e basta.

Eppure se mi guardo attorno vedo che la vita non è così lontana dalla morte, tutti si assicurano una nicchia, un posto in cui sentirsi protetti nella propria pelle, nelle proprie ossa, nella propria immagine.

La fiera della società non è finita, ha solo cambiato vestiti e personaggi, ancora il mondo è diviso fra chi cerca l’amore e chi una sistemazione – meglio se entrambi – e in entrambi i casi il senso di ridicolo ci induce a puntare il dito contro, l’attacco resta la miglior difesa.

Quasi come se dovessimo giustificare qualsiasi cosa : non ancora sei sposato? neanche laureato? l’occupazione occupa e rende cupi gli occhi, invece chi è single dice “sto bene così”.

In tutta questa trama l’amore è il curriculum di chi si mette in gioco ed elenca le sue doti, elefantiasi di un Ego che si fa tronfio per non restare nella nicchia e sembrare abnorme, nella società di chi ti guarda se ti metti in mostra.

Invece chi lo strappa e ne fa carta da buttare nel cestino, finisce che poi si maledice.

Maledettissimo amore che ho seguito con gli occhi, portando il segno fino a perdere la vista.

Alla sera tornerò a prenderti, stenderó con cura le tue pieghe e ti cureró con qualche lacrima, tutto guarisce con l’acqua di mare.

La mia amica dice che essere single non è per niente male, puoi vivere da solo e lasciare i panni in giro per la casa, decidere di non mangiare o ordinare una pizza, sperando che chi te la porti sia di bell’aspetto.

Poi si ferma e fa un sorriso, mentre gli occhi brillano di una luce mista a malinconia.

Deve essere la lampada nel loft con il suo animo antico, resta accesa anche quando lei dorme tranquilla.

Di contro io le dico che l’amore esiste e basta, che non mi importa se sia sposato o separato, se conviva o sia un giovane che la sera torna nel suo letto abbracciando il mio pensiero, l’amore è sempre vero.

Lo dico mentre attorno il verde si fa scuro e gli occhi smettono di brillare, quante volte è andata male, resto sola nel mio loft.

Forse c’è da chiedersi se non sia più importante sentire la natura di qualcosa, la pelle che risponde al sentimento, invece di presentare ogni cosa con un nome.

Gatto non aveva un nome, era un randagio senza casa, ma Holly non lo lasciò per strada, lo ritrovò – insieme a quella parte che era sfuggita all’immagine di sé che presentava- e si abbracciarono senza dirsi nulla.

I sentimenti non hanno bisogno di un nome, sebbene la gente si preoccupi più di identificarli che di viverli.

Come quelli che “non cerco una storia seria”, “sono pronto per sposarmi” , “io devo fare questo” e questo poi, dimmi, cos’è.

Vedo con quanta facilità oggi si arrivi alla fine di un libro o di una relazione.

Invece che fatica l’inizio.

Per effetto di un processo inverso, penso alla cura dell’inizio.

L’impronta che dai a qualcosa che nasce, ne segna l’esistenza intera.

L’impronta è la forma, la pelle che preme e sente la sabbia nell’arriccio delle dita, mentre cammini senza sapere dove ti porterà.

Tu che non sai più quali sono le aspettative della vita, non hai dimenticato chi sei.

Quello che vuoi e che ti fa stare bene, perciò amore, qualunque cosa accada, tu portami al mare.

Portami dove posso andare controvento senza sentirmi diversa, dove la voce dei gabbiani è uno sfondo nel paesaggio della vita e il silenzio ha sempre qualcosa di buono da dire.

Ho sempre letto le persone più dei libri, le parole le ho sempre respirate dentro all’aria e negli occhi della gente, dove non trovi un finale, ma un senso di fine e senti lo stesso odore di carta, che accomuna fragilità sparse dentro trame diverse.

Pertanto siamo tutti libri aperti al vento, nudisti in un mondo che non si scandalizza, ma non perde il senso di disagio.

Chissà se la mia amica ha lasciato la lampada accesa – ora che di notte non è più sola – e se gli occhi si siano abituati a chiamarlo sole anche se non è giorno.

Che fra solo e sole cambia giusto una lettera, basta poco per cambiare la vita, in un’altra prospettiva.

E se sfoglio questa società vedo ancora questo, Vanity Fair non è solo un libro e una rivista – qualcuno direbbe che è la modernità.

Che un tempo era tutto diverso, che il progresso ha distrutto l’umanità.

Forse i rapporti non durano a lungo come una volta, ma forse la durata non è sempre indice di felicità.

Conosco coppie che sono rimaste insieme per tutta la vita e tutta la vita si sono chieste perché.

Il punto è che siamo persone ora come prima, in mezzo a tutte queste informazioni e tentazioni, seguiamo la scia di chi siamo.

E ci sentiamo.

Sentiamo l’amore e lo riconosciamo, sarà quello che, nonostante tutto, ci resta accanto.

I tramonti insegnano che chi ama va via solo per tornare.

Non ho mai visto amore che contempli fine, neanche quando il rosso è sbiadito.

I tramonti sono emozioni impresse dentro al cuore, sono la gente che piange senza sapere perché.

Oppure chiamatela in un altro modo – questa fine della nuove generazioni – nessuno la chiami amore.

Chiamatela con un nome diverso.

Che non sia malinconico e romantico come il tramonto, come il suo rosso sbiadito, con il suo voltaspalle che dura fino al mattino.

Meglio se non la chiamiate affatto, tanto l’amore è così, nasce dal niente e chiede conforto anche quando ce l’ha.

Chiede luce a chi sta bene solo e aria a chi ha trovato già calore, l’amore è il sole.

E noi continuiamo a guardarlo, correndo il rischio di essere accecati, perché un raggio arrivi sulla pelle.

Sono ribelle.

Non seguo le mode della gente.

Dentro a questa società fantasma io seguo la mia pelle.

La guardo, la cambio, ne assorbo i raggi, sarà più bello camminare insieme fino a un po’ di ombra.

Aghi di pino sopra la pelle, il mare di fronte, sento l’estate addosso.

La luce è accesa, non è un abat – jour.

È quella che traspira dalla mia pelle chiara, trasparente, dove l’amore si vede in un brivido, lo chiamano vento.

Questa è la mia pelle.

La mia pelle è di tendenza.

Cambierà ancora, come cambia il vento, ma dentro alla mia nicchia mi sento viva, l’aria che tira è brezza marina, la gente direbbe respiro.

Aurora Ariano

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