Faccio coming out

Sono stanca della controcultura della ribellione fine a se stessa, disse quella che era andata contro tutto.
Contro persino a se stessa, ma incontro a chi?
Da che parte sono quelli che si lamentano di tutto perché non trovano collocazione?
I ragazzi della mia generazione non sanno neanche più vestirsi, perché non hanno chi li rappresenti in un’immagine da costruire, che sia un esempio, uno stimolo a diventare uno senza omologarsi al tutto.

Questa non è appartenenza, se stare in un luogo ci fa esistere senza sfiorare il brivido di chi c’è e quindi vive.

Partecipiamo a cosa, cosa vogliamo e cosa stiamo dicendo?

Perché postiamo aperitivi se poi twittiamo struggimenti?

Seguire senza seguirsi, che senso ha,se poi la vita non ha seguito in un senso.

Il problema di quest ‘epoca è lo smarrimento.

La gente teme di non esistere perché non sente più niente, non apre le finestre, ma dentro non ha sicurezza.

Perciò ci mischiamo nella folla che non si vede, quella virtuale, in una confessione a tu per tu con l’Universo.

Forse cerchiamo solo qualcosa di più grande, noi che diciamo di non credere più a niente, siamo la società fantasma.

La ricerca compulsiva di contatti e di canali per stare connessi e poi non sappiamo più cosa raccontare alla natura, Donna delusa, tanto non ci crederà.

Come possiamo sposare un’idea, se abbiamo già firmato e baciato un preconcetto?

È quasi una forma di difesa, per cercare di incastrare pezzi di noi in una vita che non ci lega, ma toglie l’aria, io me ne vado al mare, piangetevi pure la società.

Mi sono resa conto, a un preciso punto della mia vita, che il mio carattere si era in parte formato sulla base di cosa non volevo diventare e quando anche le mie regole sono cadute, quando la mia relazione è finita, io non sapevo più chi ero.

La crisi di coppia è prima di tutto una crisi identitaria, non troviamo una strada, figuriamoci un marito, chi lavora tace lamentele perché – dicono – sia fortunato, magari si è solo accontentato, mentre i sogni son morti già.

Se non abbiamo un motivo forte, uno scintillío di vita nell’esistenza intera, ci ritroveremo automi in una società automatizzata.

Forse siamo noi i robot di nuova generazione, o forse Dio ha puntato sull’animale sbagliato quando ci ha dato una ratio.

Ragione, datemi una fottuta ragione che sia per vivere e non per compiacermi, questo é un déjà-vu, ma noi eravamo soli nella stanza.

Non cambia niente se ce la prendiamo col mondo tutto o solo con chi amiamo, si ragiona solo partendo da noi.

Così mi sono riscoperta nei miei lati più profondi e ho trovato i sentimenti, mi sono appassionata alla mia vita, a chi sono e a chi voglio essere.

Nell’era della battaglia che tenta di salvaguardare il mondo – mentre la crisi è stata già annunciata – è ancora scarsa la riflessione sul buco relazionale che ha creato la guerra. E noi non smaltiamo tormenti, ora è tutto usa e getta, nessuno si salva più.

Nessuno aderisce più neanche alla propria pelle, i vuoti non si colmano con le parole, perciò ognuno dice “comprerò occasioni nuove, andasse via, ci metterei la firma” , magari una griffe, tanto i divorzi sono di tendenza, anche se i conservatori fanno gli influencer.

Perdonate l’ironia, ma oggi ridere è diventato un mestiere, un lavoro, forse la salvezza di chi vede ancora un briciolo di umanità nell’atto gratuito di suscitare un sorriso, senza aspettarsi niente in cambio.

Ricordo il giorno in cui – nel periodo natalizio di parecchi anni fa – mi recai al cinema per vedere il film su Amelia Eahart, aviatrice americana, prima donna a volare sopra l’oceano Atlantico.

Ero emozionata, non era un film, era vita vera.

Quella donna aveva le palle e non era un uomo.

Quando entrai nella sala era già tutto buio, fu nella pausa – a luci accese – a rendermi conto che eravamo solo una manciata di persone.

Fuori da quella porta, una fila lunghissima di persone, attendeva di vedere il cinepanettone.

Sui loro volti la distensione dei giorni festivi, di due chiacchiere, risate.

Non è strano, riflettendoci bene, che personaggi come Frank Matano, Checco Zalone e via dicendo siano così amati.

Ridere ancora, è tutto quello che la gente vuole.

Anche io volevo ridere quando mi trovasti a pezzi, solo che non lo sapevo più.

Ora che ho te posso pensare a costruire una famiglia, di nuovo, entrambi l’abbiamo fatto già.

Abbiamo provato a credere in qualcosa di diverso – tu a un matrimonio, io a una convivenza – ma quella sera eravamo solo due persone che non credevano più a niente, forse neanche a se stessi.

La gente ha pensato che la convivenza per me fosse solo una prova, qualcuno mi ha detto “meno male che non l’hai sposato”, ma per me eravamo una famiglia, uguali sogni, progetti, uguali problemi e spese.

E tu, invece, additato di non aver voluto figli, neanche lei ne voleva, qualcuno direbbe che ve la siete cercata.

Eppure il dolore che abbiamo vissuto è stato profondo, abbiamo pianto il passato, gli errori, gli amori andati.

In tutta questa storia qualcosa non mi torna, forse il concetto stesso di Famiglia, che tenta di legarsi ad un modello, trascurando sentimenti.

Se una coppia senza figli non è una famiglia, può esserlo una famiglia composta da un padre e una madre che si sono amati e lasciati, mentre una figlia era nata già?

Questo mi raccontava un’amica che si è trovata ad affrontare ansie, paure e solitudini, orfana di modelli e con due genitori che vivevano ognuno la propria realtà.

Lei che è cresciuta da sola anche se “non ti è mancato niente “, ancora oggi fatica ad approcciarsi a un uomo senza vedere mostri.

Cosa si intende per “famiglia tradizionale”?

Per caso basta vedere un uomo, una donna e un bambino vivere sotto lo stesso tetto, per pensare che sia tutto “normale”?

Mettiamoci anche un cane e un pesce rosso, non cambierà la realtà di una famiglia che è fatta solo di persone, che sono tutte uguali, quando si odiano e si amano.

Come può crescere sano e sereno un figlio che assiste a violenze domestiche, discussioni, tradimenti? Può tutto questo definirsi “normale”?

Nessuno spiegherà lui questa evidenza, una risposta se la darà.

Così si farà i suoi concetti e preconcetti, che influenzeranno il modo in cui non vuole essere, mentre “ora” sta passando e lui non è.

E invece sento ancora parlare di aberrazione di fronte agli amori che sono troppo lontani dalla natura, perché si legano ad istinti che non sono normali, sono diversi, sono omosessuali.

Ho sentito etero raccontare deliberatamente le loro perversioni e dire “è solo sesso, tutto è lecito” .

Sotto le lenzuola siamo gli animali senza ratio che Dio ha dimenticato, nessuno può decidere cos’è l’amore.

La natura è quello che sentiamo dentro, sono le emozioni che ci fanno amare, mentre qualcuno grida scandalo e poi ci fotte le idee.

A proposito di film, mi sono sempre chiesta perché la saga di “Cinquanta sfumature di grigio” abbia avuto tanto successo, perché nell’epoca in cui le donne sono chiamate – non di rado in termini dispregiativi- “femministe” , tutti sembrassero apprezzare la sottomissione.

Come se a letto non esistessero ruoli o non avessero conto, allora non siamo poi così diversi dai diversi.

Prima di puntare il dito contro qualcuno, bisognerebbe mettersi dall’altra parte.

Domani potrebbe essere tuo figlio a bussare alla porta e mentre tu rispondi con fare distratto che “le mutande sono al solito posto” lui ti avrà già detto che è omosessuale e vuole esserlo.

E se non si educa alla parola, alla comunicazione, forse nessuno parlerà e tutti continueranno a soffrire in silenzio, nella “normalità”.

Nel nostro Paese sono tanti i casi di aborto, non sempre spontaneo, ma nessuno mette in luce la sofferenza di chi si trova dilaniata a decidere qualcosa che non ha scelto.

I ragazzi vivono una sessualità più o meno protetta, tante volte ci si fida solo perché non è successo già.

Le mamme non parlano di coito interrotto e la scuola non insegna la sessualità.

Eppure la sofferenza è lì, nel sentimento ucciso dalla ragione, verso un figlio che non nascerà.

Il primo libro che ho letto è stato “Lettera a un bambino mai nato” , di Oriana Fallaci.

Era estate, ricordo che tirai fuori questo volumetto dalla libreria di casa e lo aprii.

Era un diario, una confessione, dentro c’ho letto un’emozione.

Quella di una donna che non vuole smettere di esserlo, mentre è diventata mamma già.

Nel cuore, nei sentimenti, ma continua a fare le stesse cose, per una continuità d’esistenza, per non perdere la sua personalità.

Così perde il figlio suo e anche se stessa, dopo niente è più uguale, tutto è cambiato già.

Ultimamente ho pensato molto al matrimonio e alla famiglia.

Ho pensato a noi.

A te che mi hai detto di inseguire i miei sogni e m’hai ridato il sorriso.

Mi hai fatto ridere ancora, ma non era un film.

Se penso alla Famiglia, a come dovrebbe essere, non ho più modelli, voglio che sia felice.

Una famiglia felice è quello di cui la società ha bisogno, è quello di cui io ho bisogno.

Voglio salvarmi e salvaguardare il mondo, noi siamo tutti uguali.

Perciò ti sposo, amore, e faccio coming out : amo gli uomini, così le donne.

Aurora Ariano

3 risposte a "Faccio coming out"

  1. Non siamo felici. Le persone non sono felici. Come nasce la felicità? Non sarà il matrimonio, i figli, la Ferrari lussuosa o la celebrità a rendere il Nostro esistere un capolavoro. Tutte queste cose le abbiamo vissute e non hanno reso il Nostro esistere più sano e meno violento; non siamo diventati più amorevoli e amanti della vita. Per creare uno stato di felicità perfetta bisogna trovare lo specchio che mostri la Nostra parte negatività. Dal negativo nasce il positivo. Il negativo mi dona la corretta indicazione di come trovare l’Amore. Peccato: mancare il bersaglio. Il negativo non ti dona la possibilità di essere felice e trovare le coordinate per una vita veramente santa.

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