Io sono femminista

Rubrica – Non sono Penelope (ma neanche poi così male)

Pensavo di aver detto tutto quello che c’era da dire e invece mi rendo conto che in mezzo a una crepa entrano tantissime cose, che spingono contro – tutte insieme – e io sento una pressione dentro, una “tensione buona”, come quella di un cane che chiede di essere liberato da un gabbia.

I cani sono così, anche quando chiedono aiuto lo fanno mentre ti guardano e scodinzolano, in modo dimesso, ma tu capisci che stanno chiedendo qualcosa proprio a te.

E mentre fai per continuare a camminare – seguendo la tua di libertà – ti rendi conto che se lo facessi, ti porteresti dietro l’oppressione di quella gabbia e ti mancherebbe l’aria, nonostante tutto.

Io non ci vedo compassione, credo invece che se vogliamo davvero definirci liberi dobbiamo fare in modo di respirare la libertà, non serve fare passi trascinando catene.

Ecco, riguardo al femminismo, ho sempre avuto un po’ paura a pronunciare questa parola – tant’era il peso che pensavo stessi accollandomi – finché non ho capito che questa mole era esattamente tutto quello che invece mi portava a sentirmi femminista pur senza definirmi tale.

Ricordo che da piccola mi ostinavo a giocare con giocattoli maschili.

Mi chiedevo: “perché un uomo può tirare frecce senza preoccuparsi di dove vadano a finire e io devo curarmi di non sgualcire il vestito di una bambola”?

Mi risultava già difficile provvedere al mio.

Perché le donne crescono con l’idea della compostezza, pensando che certe libertà – come ridere a voce alta in mezzo alla gente – siano moralmente uno scempio?

Riconosco di fatto delle differenze di genere: per esempio, non mi sognerei di stare seduta con le gambe divaricate mentre chiacchiero con qualcuno.

Mi sento femmina mentre accavallo le gambe e mi giro una ciocca di capelli, ma poi penso che sto solo rispondendo alla mia natura e che ho visto uomini accavallare le gambe meglio di me, e i loro vezzi erano quelli di una donna.

Loro, erano donne, perché come me rispondevano alla loro natura.

Qualcuno direbbe che la natura c’ha dato un sesso.

Chi, invece, ci ha dato i sentimenti?

E chi l’ha detto che quello che non si vede non esista?

Ho visto tante cose inesistenti, come la sofferenza sul volto di chi amavo, desideri inespressi e sogni chiusi in un cassetto.

Oggi non ho niente contro la sana gelosia, che trovo stimolante in una coppia innamorata.

D’altra parte, io stessa sono una donna passionale, ma c’è stato un periodo in cui mi sono sentita a disagio per questi sentimenti: pensavo che non esprimere potesse salvare la coppia dalla fine.

Sarà che a un punto della mia vita, vedevo le mie amiche preoccuparsi per il loro abbigliamento , impiegare ore nella ricerca di un vestito.

Alla fine decidevano, ma non era una scelta libera.

Qualcuno, in nome di sentimento o presunto tale, imponeva loro di vestirsi in un certo modo, mentre le riaccompagnava a casa – quando la serata fra amici era conclusa – per cominciare la serata loro, fra soli uomini.

Non è un reato – continuavo a dire fra me e me – ritagliarsi uno spazio per stare con gli amici.

Ma se fosse stata lei – la compagna fedele, che era stata ore a decidere quale vestito indossare per non urtare la suscettibilità di lui – a decidere di prendere la macchina e raggiungere un’amica, di cosa l’avrebbero tacciata?

Tutte le volte che, a tarda sera, un’amica mi ha chiesto di vederci per un drink e una chiacchiera, ho sentito qualcuno additarmi come una “libertina” , una che non si accontenta della “normalità” , che vuole rompere gli schemi.

In realtà, volevo solo un drink.

Sarà che ho vissuto troppo tempo una realtà di paese, ma poco importa, ho imparato sulla mia pelle che ogni mondo è paese, che la differenza non la fa il posto in cui vivi, solo la mentalità.

“Che necessità c’è di scendere a quest’ora per un drink? Qualcuno, potrebbe vedere due donne al bar, magari con le gambe accavallate a fumare una sigaretta, e pensare che cercano qualcosa” .

Certo – pensavo – sempre il solito drink.

La cultura indirizza pensieri che nascono liberi e che, col tempo, diventano dimessi: sono il cane che accenna timidamente un sorriso con diversa espressione, sperando che qualcuno lo veda.

Forse, tutte le signore o le ragazze che non ho mai visto sedere fuori al bar dove passavo ogni volta che andavo via dal paese per raggiungere la mia amica – e dove gli uomini erano di casa – pensavano al mio drink.

E io pensavo a loro, mentre bevevo, a tutte quelle che avevano “salvato la reputazione” e perso un altro secondo di senso, per continuare ad impiegare il loro tempo.

Da piccola osservavo molto e pensavo.

Non c’era molto da fare in paese, per esempio perdersi all’angolo della Fifth Avenue e imbattersi in uno sconosciuto che mi avrebbe lasciato addosso una scia di profumo in cui annusare libertà.

Continuavo a fare ricerche sui posti del mondo e a dire a mia mamma se si chiedesse mai cosa ci fosse dall’altra parte, se una vita intera sarebbe bastata per scoprirlo.

In un pomeriggio come tanti, facendo zapping in tv, mi sono imbattuta in una giovane donna bionda che faceva la scrittrice e parlava di relazioni e per un secondo, un secondo di senso, ho riconosciuto le mie parole, i miei interrogativi, che in un’isola grande come Manhattan, avevano lo stesso senso, davanti allo stesso drink fra amiche.

Forse questa è la mia natura, quella di girarmi sempre dall’altra parte e di riconoscere quel sorriso, coda, posto, scia di libertà che dia senso alla tensione buona, che altro non è che propulsione.

Si tende a qualcosa, se no il tempo resta tempo, senza un senso a riempire le crepe, e i muri finiscono per cadere giù.

Nessuno guarda l’orologio ogni secondo, eppure i secondi passano e restano li, come quel cane, a chiedere di vivere in uno spazio che non sia un quadrato, nonostante abbia di che bere.

La prima volta che mi sono fidanzata temevo di dover passare ore a decidere cosa indossare, così è stato.

Lui non c’entrava niente, era solo mio vizio o vezzo meditare davanti all’armadio aperto prima di decidere, all’ultimo secondo, che quel vestito calzava le mie movenze senza stringermi in un senso di disagio.

Solo una volta lui provò a dirmi qualcosa a proposito dell’abbigliamento, del fatto che avere un seno piccolo non lo facesse meno geloso della mia scollatura.

Così misi una maglia accollata e tolsi il reggiseno.

A pensarci oggi, neanche io sono stata davvero libera, se il mio agire è stato per molto tempo condizionato da una “ribellione a priori” , come se il modo giusto fosse necessariamente quello contrario, come se la gelosia fosse sempre malsana, come se dovessi difendermi da chi invece avrebbe voluto solo proteggermi.

Mi sono messa in discussione, forse tardi, forse no.

In fondo il senso arriva a donare saggezza senza invecchiarci, a toglierci la mole dei preconcetti da dosso e alleggerirci l’anima.

Fino a che la leggerezza diventa brezza, aria che tira nella ferita, a scompigliare le certezze per una nuova consapevolezza.

Sono cresciuta, sono cambiata, ma ancora sento questa tensione, sono ancora la bambina che si guarda intorno e si chiede “perché” .

Ho iniziato a studiare psicologia perché volevo avvicinarmi alla comprensione di me e dei miei difetti, capire le persone prima dei loro problemi.

Poi la vita ha preso a schiaffi la teoria e io ho messo i libri a parte, ho soffocato le parole, per conformarmi alla realtà.

Non ho sentito più niente: il senso è tornato a essere tempo e io una che si lamentava di non averlo, solo perché camminavo a testa bassa, nella mia gabbia, senza più guardarmi attorno.

I miei sogni non li vedevo più.

Quando la mia relazione è finita qualcosa mi ha sconvolto: io che avevo fatto di tutto per costruire qualcosa che fosse il più possibile vicino alla libertà che non chiudesse in gabbia, io che avevo rinunciato ai sogni miei provando a fare qualcosa di concreto, io che avevo scelto di convivere per vivere l’amore senza obbligarlo con una firma, io che ognuno deve lasciarsi i propri spazi, io che avevo rinunciato a tanto – anche alle parole – aspettando il tempo giusto, ho sentito una lama attraversare la crepa e trafiggere un corpo morto.

Lui che m’accusava di avere perso la libertà, quelle piccolezze che gli avrebbero cambiato le giornate mentre a me m’era cambiata la vita e io non avevo detto una parola, per paura di appesantire la sua leggerezza che non era leggera, perché chiedeva maggiore libertà.

Ero così orgogliosa e così scontrosa e, nonostante tutto, quasi mi sono sentita in colpa.

Ho pensato che il vero amore dona libertà, pure quando rinuncia a se stesso, perché non sa passare oltre senza voltarsi dall’altra parte.

Eppure nessuno ha speso una frase che non si concludesse con una parola a suo favore, neanche io, come se un uomo alla soglia dei trenta fosse solo uno uomo libero di decidere cosa fare della sua vita e come cambiarla.

Come se tutto il tempo di prima fosse solo tempo andato, invecchiato sensa senso e nessun senso più avevamo noi.

Le donne, invece, crescono già sicure che la sofferenza appartenga alla loro vita , come qualcosa che non si vede, sebbene esista, ma chi non vede non sa cosa una donna possa portare in corpo.

“Non sei più una ragazzina, come farai a ricominciare a costruire? “.

Ma io non volevo costruire, io volevo smontare i pezzi e incastrarli a modo mio, con il mio senso, con i miei spazi vuoti da riempire di non detti, di parole che ora avevano senso senza che servissero più a cambiare il tempo.

Ma sono cambiata io, appena un secondo dopo, nel tempo della crescita senza età.

In quest’occasione è stato più difficile perdonarmi che perdonare e pure il perdono non è bastato a cancellare i fatti, quanto il fatto stesso di essere cambiata dopo lo sbaglio, in quella crepa, dove l’amore nasce e io cresco.

Oggi non so ancora cosa farò da grande, ma cammino per strada a testa alta a respirare l’odore di libertà, dei fogli che ho ripreso in mano, della parole intrise di significato, dell’amore che mi ha guardato negli occhi e ha visto quello che non esiste, ma sta dentro, in quella crepa, dove lui non ha messo il dito, solo le labbra, dischiuse in un soffio di vento, una brezza, una tensione buona.

Non ho più paura di restare davanti a un armadio, saprei quale vestito scegliere senza esitazione: è quello bianco, che non avrà scelto lui sebbene abbia scelto me.

Non sempre i sogni e i progetti vanno di pari passo, ma ora so che i sogni non possono aspettare, chiedono di vivere ogni secondo di tempo per un tempo che non arrivi secondo, quando ci saremo arresi alla realtà.

Ho pensato spesso a un figlio, ho fantasticato sul suo volto e mi sono detta che mi piacerebbe dargli il mio cognome, insieme a quello di suo padre.

Perché una donna, in quanto tale, continua a essere discriminata – prima ancora di venire al mondo – con tutto quello che non esiste, ma sta là, dentro all’espressione muta di chi scopre che non sarà padre di un maschio? Che il suo cognome finirà lì?

Come se aver dato la vita non fosse sufficiente, se poi non c’è un cognome primo, un’impronta, qualcosa che perpetui il Sé solo dell’uomo, come da tradizione, senza preoccuparsi dell’Alterità.

Un amico mi ha detto, di fronte a queste parole, che si tratta di una prevaricazione bella e buona, che ormai si è andati oltre, che “prima era tutto apposto”, forse – mi domando – sarà perché molte donne hanno subito violenze fisiche e verbali e tradimenti senza dire nulla, così tutti hanno pensato che quella sofferenza fosse normale, quasi naturale.

“Io sono femminista”, gli ho risposto con molta serenità.

All’improvviso mi sono sentita leggera, perché sapevo che la crepa era piena di cose, ma non contemplava rabbia verso gli uomini, solo verso una tendenza che non era propulsione e non chiamava cambiamento, si accontentava di un quadrato, una gabbia, una mente chiusa, che continuava e continua ad abbeverarsi, senza guardare la vita fuori.

Quando un giorno mi diranno che aspetto un figlio, non chiederò il sesso, chiederò se cresce sano.

Poi, farò in modo che continui a farlo.

Gli dirò che l’amore non ha sesso, che la forza delle donne non vuole castrare quella degli uomini, che la debolezza non è donna, è solo umana, che in un pianto si può trovare la forza di ricominciare.

” Il femminismo, figlio mio che non esisti ma sei dentro a questa crepa, dentro ai pensieri miei, non è un mostro.

Nella vita avrai paura e imparerai la forza dalla paura stessa, ma il femminismo no, non farà paura, quando per strada, incontrerai la disuguaglianza e non saprai girarti dall’altra parte”.

Aurora Ariano

4 risposte a "Io sono femminista"

    1. L’8 marzo è il giorno in cui il pensiero volge a tutte le donne, alla storia passata e attuale, a quelle che ancora oggi vivono una condizione di privazione, che nega loro diritti e libertà.
      Tutte quelle che “festeggiano” e, a mio avviso, oltraggiano questa ricorrenza, sono femmine, non sono femministe.

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    1. Hai ragione Anna, nel mondo ci sono Paesi in cui la donna è trattata ancora come una proprietà.
      Il mio scritto è figlio dell’anti cultura della nuova generazione, intriso dell’emozioni intruse nella mia mente, orfana di ruoli e di sentimenti.

      "Mi piace"

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