N’Ombra de vin

Dicono che Venezia sia una città romantica. Così dev’essere, dal momento che la luna ha dove specchiarsi, i ponti invitano al passeggio e i gondolieri sorridono, come se il loro movimento fosse un cenno di mano, un invito a sedere e lasciarsi cullare.

Nonostante la gente, la frenesia turistica di foto e maschere – che filtrano la bellezza paesaggistica dell’unico piccione rimasto sopra a un balconcino panciuto – attorno si respira un’aria magica.

Il parquet della stanza e le travi in legno riscaldano l’animo, quasi non penso più al freddo di un attimo fa.

Lo scrittoio sotto alla finestra: sembra che qualcuno mi conosca già.

Prima di sedermi sposto la tendina e mi godo la vista sul canale. La malinconia della sera illumina la facciata dei palazzi di una luce nuova, pallida. Come se le mura ocra del sestiere restassero fra sonno e veglia a godersi la pace, prima di vestirsi a festa con il sole nuovo.

N’ombra de vin sui pensieri miei e tutto mi sembra diverso: basta cambiare prospettiva per vedere il bicchiere mezzo pieno, nonostante l’abbia finito già.

Che cos’è questa corsa che tutti facciamo? Verso cosa? Verso dove?

Gente che si spinge sotto alle metropolitane, prima che le porte gli si chiudano in faccia.

Ma qui non ci sono porte, i mezzi di trasporto si avvicinano alla gente che galleggia sulle piattaforme e arrotolano una corda al palo, per permettere all’imbarcazione di attraccare.

Guardo la donna che con fare meccanico lega e scioglie la corda ad ogni fermata, prendendosi il vento sulla faccia, come fosse la cosa più naturale del mondo.

Mi viene da pensare che ogni posto ha una storia propria e una propria conformazione. Persino i traslochi qui richiedono inventiva, i pacchi viaggiano lungo i canali e non passano dalle finestre strette. Qualcuno direbbe che manca la comodità.

E invece la gente del posto ama tutto questo, perché chi ama lo fa e basta. Le calle sono vicoli stretti che ti imbrogliano, mentre con la testa alta cerchi un’indicazione e ti sei perso già.

Questa è la meraviglia della conoscenza, che ci fa scoprire altro mentre cerchiamo qualcosa: scorci di vita e di vetrine colorate, un mondo in poco spazio e tutto sembra avere una propria collocazione. Il troppo è caos solo quando la paura ci blocca nello stretto e non camminiamo più.

E allora io voglio viaggiare sulle mie gambe, lasciare chilometri di me in questo posto nuovo, chiacchierare con uno sconosciuto in centro, fare file per un po’ di storia senza fare storie. Certe attese valgono le ore perse per l’attimo trovato.

Ho riempito gli occhi di bellezza e ora scrivo tutto quanto.

Dentro le parole ho smussato le spigolosità mie, scalpellandole nella perfezione di un cerchio, di una rotondità – lettera hollywoodiana nello scenario della mia mente – che mi ha accolto in un microcosmo introspettivo, un selfie in cui mi sono vista diversa.

E se non è questa terapia, come si chiama la voglia mia di stare insieme alle parole? Di trovare in esse un moto di trasformazione, riflessi di me che si mettono in mostra senza strizzare gli occhi e contemplarsi a labbra strette. I pensieri preferiscono scatti naturali, colti distrattamente, selvaggina che corre serena di fronte a una me disarmata.

Le fragilità non sono fotogeniche: tutti dicono che hanno un’aria impacciata, che mettono a disagio, ma più le guardo più mi accorgo che solo ora mi sento libera di essere me stessa. La mia vera forza è in questa poliedricità, nel mio essere camaleontica, niente a che a vedere con l’essere volubili.

“Questa ragazza sa quello che vuole – mi dicevano mentre crescevo – ha carattere da vendere” , perciò la sicurezza non mi ha abbandonato, nemmeno quando sono stata certa di essere confusa.

È stato destabilizzante. Devo ammettere che il panico del sentirsi nessuno è virale quasi come la mania di credersi qualcuno, ma, come questa, non necessita di grande analisi. È un problema che ha in sé la soluzione, tanto prima o poi la natura viene a cercarci.

Non si può andare lontano senza fare i conti con chi siamo e chi vogliamo essere. Dentro di noi la vita freme, le gabbie si aprono e i leoni ruggiscono liberi nel loro habitat.

L’alienazione ha sciupato il viso ai giovani. Nessuno sa più cosa vuol fare davvero, tutti seguono tutti senza sapere bene dove andare.

Aridi di sentimenti, ibridi di ruoli, automi di giornate montate sul nastro delle scelte che hanno scartato le occasioni buone, che non trovano mai il momento giusto.

<<Non è tempo di sposarmi; per fare un figlio aspetto ancora; non studio più, tanto non trovo lavoro; non apro la bottiglia, ci sarà un’altra occasione>>

Ecco, seduta nel mio cerchio perfetto, quello delle occasioni che stavo aspettando, continuo a fare la vedetta.

La notte ormai è calata, ma io ho visto tutto quanto. So che l’occasione è la vita stessa, perciò scendo a divertirmi ancora.

Un’altra ombra de vin, senza annebbiarmi la mente, che la nebbia poi non c’è. Le ombre ci tolgono troppo spesso il sole dagli occhi, perciò voglio vedere ancora.

Voglio godermi Venezia nella mia prospettiva, nella prospettiva di me.

Aurora Ariano

2 risposte a "N’Ombra de vin"

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