Assolo social

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Rubrica – Non sono Penelope (ma neanche poi così male)

 

È successo all’improvviso, dopo mesi  da una fine che aveva rotto il silenzio, di essermi ritrovata nel mio.

Le parole mi hanno sempre salvato o ammazzato, mai mi son passate accanto indifferenti, con la vita io ci parlo a tu per tu.

Ricordo ancora quanto fosse rumoroso quel mutismo, c’era quasi l’imbarazzo di trovare qualcosa da dire, primo appuntamento con me stessa, la voglia di un contatto che non ci sarà, la paura di sbagliare salva dalla possibilità dell’errore con il prezzo della rinuncia.

Mi sono incamminata da sola, testa basta a riflettere sull’accaduto, mi sono chiesta “Dove ho sbagliato, quand’è successo che l’autenticità è diventata menzogna?”

Pensavo di non essere social.

Ho difeso la mia vita dalla folla caotica della modernità, che andava allo stesso ritmo, danza gitana, e io indietro senza seguirne i passi, a calpestare i piedi si perde l’equilibrio.

Le punte delle scarpe erano piene di fango, ma non le ho lucidate.

Volevo ballare sotto la pioggia, bagnarmi la dignità col disimpegno, ma non ci sono riuscita.

Non ero pronta a diventare senza preoccuparmi di che ero stata, mi sono messa alla ricerca di me, di tutti i sospesi che avevo riempito di parole senza dare loro un senso.

Io volevo sentire.

Per la prima volta ho spalancato le finestre e mi sono esposta.

Le parole sono precipitate giú dalla nuvola del maltempo e mi hanno tolto il grigio dagli occhi.

Le ho sentite arrivare fino alle punte dei capelli, cadere a piombo a lisciarmi l’anima arricciata dall’umidità.

Le parole mi hanno rimesso al mondo mischiandosi col mio sangue, sono rinata con lo stesso gemito, ma questa volta vedevo la luce.

Attorno a me voci, rumori, che strana sala d’attesa, tutti a chiedersi “Quanti ne sono?”, qualcuno piangeva la malinconia.

I miei compagni di stanza parlavano di cibo, di sentimenti, del mondo che è cambiato, della felicità.

Un gruppetto in disparte si dedicava alla lettura, rifiutando il pasto della frivolezza.

Un signore perso nel suo delirio  si masturbava i pensieri di fronte a un dolce, in fondo il piacere regala sazietà.

Nei corridoi sentivo parlare di una cura miracolosa, “Ne devi prendere a migliaia” .

“Di cosa si tratta?”  Chiesi perplessa.

“Si chiamano followers – mi spiegò un tizio – sono atomi di umanità che ti riempiono l’anima, ti sentirai qualcosa in questo mondo”.

Ma io voglio essere tutt’uno con me stessa e con quello che dico, sono chiusa in una stanza senza le pareti, senza una gabbia non ho più voglia di volare, mi basta condividere la normalità.

Questo è il mio assolo social.

Quello di una donna che resta da sola in mezzo alla gente, perché ha imparato che un ruolo non necessita di immagine, i portieri in livrea non esistono più.

Siamo tutte anime che hanno qualcosa da denunciare, squarci di memorie postati per non farceli cadere addosso, per gridare alla vita e mettercelo in quel posto.

Parliamo col mondo per non parlare a noi stessi, è più facile trovare nella comunanza la propria identità.

Solitudini condivise, sotto un cielo abbastanza grande per tutti, sfumature di storie dense o sbiadite a coprire la neutralità.

Questa è una realtà virtuale dove possiamo essere e diventare, giocare a riempire le mancanze, assortire le giornate di cultura e frivolezza, come scatole di cioccolatini presi e ricambiati, senza pagare l’amarezza.

“A mille followers esco le tette” .

Immaginavo un cartellone pubblicitario e tutti sotto a fare l’applauso, la commedia sta per iniziare.

Un teatro in cui nessuno teme la vergogna, è più facile il delirio della normalità.

Questo è il mio assolo social e quello di tutti quanti.

Assolo di chi non è più solo e vive la socialità.

Assolo di sole solitudini, non si è mai soli sotto la stessa luna.

La luna riflette il mistero di chi siamo, io la guardo in faccia insieme alla mia anima da un pó di tempo a questa parte, da questa finestra sul mondo vedo l’immensità.

Non siamo soli e non siamo lontani finché guardiamo nella stessa direzione.

Non siamo soli e non siamo in guerra, finché puntiamo il dito contro gli stessi sentimenti.

Stare insieme non è social, è semplice realtà.

La vera conoscenza si nutre di quotidianità .

È domenica. La luce filtra dalla finestra della stanza mentre il caffè sale.

Metto su un pó di musica e inizio a cantare.

“Assolo, assolo social di chi si sente solo,

assolo social di chi è soltanto sordo di bellezza e beatitudine,

cantiamo una canzone,

noi non siamo soli.

Noi siamo moltitudini di pensieri solitari, persone vere che sanno ancora amare”.

 

 

Aurora Ariano

 

 

 

 

 

 

 

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